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1. Contesto
Siamo in Etiopia
In quello stato che è il confine tra l'africa del nord (Marocco,
Tunisia, Algeria...) e l'Africa Orientale (Somalia, Sudan, Eritrea...).
Il confine tra due aree culturali, ossia l'occidente e l'oriente, culture
così profonde e radicate da generare parecchia confusione.
Nello stesso tempo l'Etiopia non ha uno sbocco al mare, chiusa da Gibuti
ed Eritrea, dunque non ha rapporti commerciali, economici e culturali
diretti nè con gli uni nè con gli altri.
L'Etiopia ha una capitale che si chiama Addis Abeba, città di Hilton
e di Sheraton, di fascisti, di guerriglieri, città dalle mille
contraddizioni, dove 6.000.000 di abitanti si muovono: chi in lussuosi
fuoristrada, chi in carrozzina a chiedere l'elemosina. Città di
asfalto e cemento, di industrie e di fabbriche.
A 300 kilometri da qui, ecco i
villaggi di Ropi e Kachachullo, dove lavoro io.
Niente asfalto e cemento, niente acqua, niente elettricità, niente
plastica, niente strade, niente... niente.
Il deserto avanza tra i vulcani della rift-valley, mettendo in crisi il
metodo di vita di queste popolazioni. Non c'è più legna
per costruire, nè campi da coltivare in maniera tradizionale.
La miseria è più nera, qui, ma si può ancora percepire
forte una cultura millenaria locale, sopravvissuta attraverso i secoli
allo stupro che per 500 anni si è chiamato "schiavismo",
poi è diventato "colonialismo" e adesso, senza cambiare
sostanza, ha preso il nome di "cooperazione internazionale".
Suona meglio.
Una bella documentazione fotografica di questi villaggi si può
trovare su www.missionariconpaolo.org,
dove è presente anche qualche nota sulla linea di intervento che
qualche missionario illuminato sta cercando di tenere in queste zone,
cercando di fare davvero un po' di promozione umana. Io lavoro al loro
servizio, cercando di affiancare le competenze tecniche a chi davvero
conosce questi luoghi, a chi veramente vive gomito a gomito con questa
gente.

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