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7. Sperimentazione terra stabilizzata
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E' così difficile lavorare con la terra, innanzitutto,
perchè si tratta di un materiale che in realtà non esiste.
Mi spiego meglio: le caratteristiche fisico-chimiche della terra variano
infinitamente, così come varia la resistenza meccanica, il colore,
la consistenza, il calore specifico, la densità, ed, in pratica,
ogni altro aspetto interessante per un architetto.
Parlare di cemento significa riferirsi a degli standard internazionali,
a dei limiti di resistenza fissati per legge, ad una composizione chimica
uguale (o simile) in ogni parte del mondo.
Lo stesso discorso vale per l'acciaio, il vetro, le leghe metalliche,
ed in buona parte anche per i mattoni cotti e per i vari tipi di calce.
La parola "terra", invece, esprime una varietà di materiali,
organici ed inorganici, che rende impossibile ogni tipo di standardizzazione.
E' così che chi si trova a dover lavorare con questo materiale
(che a questo punto sarebbe più opportuno chiamare "famiglia
di materiali") deve ingegnarsi per scoprire con cosa ha a che fare
e, di conseguenza, in che modo utilizzarlo.
Non esistono ricette in grado di assicurare la durabilità e la
resistenza di un edificio fatto con questo materiale, non esiste un manuale
del costruire in terra(*).
Esistono però dei criteri di base, facilmente comprensibili da
chiunque, e delle nozioni provenienti dal luogo in cui si opera, dalla
cultura millenaria di chi abita una certa area geografica.
Nel mio caso, l'unica informazione proveniente dalla cultura radicata
nella zona di Ropi, era che la terra di termitaio (kuuisaa, in Amarico)
è molto più resistente della terra normale.
E' così che sono tornato dal mio primo viaggio in Etiopia con uno
zaino carico di dieci chili di terra di termitaio, con ancora qualche
inquilino, per poter analizzare la composizione chimica e farmi un'idea
del comportamento meccanico.
A quel tempo mi aggiravo per il dipartimento di Scienze dei Materiali
(facoltà di Ingegneria) e per il Laboratorio di Meccanica applicata
alle Costruzioni (facoltà di Architettura) con il normale equipaggiamento
di chi fa ricerche sulla terra cruda: un pezzo di termitaio, una pila
di setacci, una pannocchia di granoturco rubata vicino ad un autogrill
sulla Torino-Savona, una bottiglia di acqua distillata, dell'acido nitrico,
una fiala di carbonato di sodio, due cilindri graduati, un densimetro
e un frullatore. In genere ero coperto di fango.
Non saprei dire il motivo per cui mi lasciavano entrare.
Ora, non è molto interessante che io racconti tutte le proprietà
fisico-chimiche della terra che stavo analizzando, basti dire che si trattava
di una terra limo-sabbiosa, con pochissima argilla.
La conseguenza era un'ottima resistenza a compressione, ma una pessima
resistenza all'acqua (dilavamento e imbibizione).
Usare quella terra senza aggiungerci nulla era del tutto improponibile,
dunque si trattava di compensare la mancanza di argilla con qualcosa che
potesse rendere la terra plastica e fluida, e poi aggiungere qualcosa
che potesse dare una certa resistenza all'acqua. Sarebbe stato opportuno,
inoltre, inserire una qualche microarmatura, per dare maggiore solidità
all'impasto.
L'ultimo problema si è risolto da sè: nel luogo dove mi
trovo abbonda, oltre alla terra, una sola cosa: le piante grasse. In particolare
l'agave contiene una fibra resistentissima, con la quale la gente del
posto fabbrica delle ottime funi... era sufficente tagliuzzare queste
lunghe fibre di foglia di agave, per ottenere un'armatura sufficiente.
Gli altri due problemi, ossia accrescere la plasticità e la resistenza
all'acqua, se risolti separatamente, come "da manuale", avrebbero
richiesto l'aggiunta di una buona dose di materiale organico (latte, sangue
di mucca, sterco o altro), attorno al 30%, e di una percentuale attorno
al 10-15% di cemento.
La fortuna ha voluto che ad Addis Abeba si producesse dell'ottimo bitume,
che in una percentuale del 2-3% era in grado di stabilizzare la terra,
risolvendo due problemi in una volta.
Ecco dunque i mattoni, rinforzati con fibra di agave e stabilizzati con
un po' di bitume, che garantiscono un'ottima funzionalità, oltre
che un costo assolutamente abbordabile.
Storceranno il naso i puristi, gli amanti dell'-eco e del -bio perchè
un materiale di origine industriale ha contaminato il cantiere, ma talvolta
bisogna essere in grado di non affezionarsi ad un ideale, di non portare
a tutti i costi una bandiera, ma di scendere a patti con la realtà,
senza vedere in questo una sconfitta, anzi, scoprendo concetti fondamentali
come le "tecnologie intermedie", o l' "ibridazione tecnologica".
A conti fatti, le uniche due alternative erano:
- Usare la terra non stabilizzata, come si fà tradizionalmente
da queste parti
- Far venire da Addis Abeba camionate di blocchetti di cemento, come fanno
i ricchi e alcuni missionari
La seconda ipotesi è chiaramente meno sostenibile dell'ibridazione
tecnologica, basti pensare ai costi (non solo economici) di materiali,
trasporti, movimentazione di imprese specializzate e strumentazione.
La prima ipotesi, romantica e accattivante, comporta però che la
terra non possa avere una funzione portante, necessitando così
di un'intelaiatura di sostegno, che da queste parti si realizza tradizionalmente
con una fitta staccionata di legno. In un luogo semi-desertico come questo,
è meno sostenibile far arrivare qualche secchio di bitume, o disboscare
le rarissime aree ancora verdi?
Non è una domanda retorica, la risposta non la conosco: io ho solo
proposto un'alternativa, sarà la gente, adesso, che potrà
valutare con la propria intelligenza e la propria conoscenza dei problemi
legati alla zona, cosa sia più conveniente.
Atto di fede verso l'intelligenza di questa gente, presupposto indispensabile
per ogni attività di cooperazione.
(*) Per essere precisi, di manuali del genere ne esistono un'infinità,
forse il più completo è Scudo, Narici, Talamo, Costruire
con la terra, Sistemi Editoriali, Torino, 2002. Chi però si aspetta,
in questi manuali, di trovare delle ricette infallibili su come usare
ogni tipo di terra, rimarrà completamente deluso.
Sperimentazione terra stabilizzata 2
Qui si trattava di costruire un piccolo magazzino per i prodotti agricoli,
che avesse anche la funzione di cantiere-scuola per insegnare la tecnica
della volta nubiana ai costruttori locali.
La località è Kachachullo, a circa due chilometri dal fiume
billate. I mattoni vengono prodotti al fiume, dove la terra è migliore,
poi vengono trasportati su piccoli carretti trainati da asini fino al
posto della costruzione.
La terra qui è argillosa, dunque non ha nessun problema di resistenza,
necessita solo di uno stabilizzante che ne aumenti sensibilmente la resistenza
all'acqua.
Per l'intera costruzione servono circa sei metri cubici di terra, che
comprendono i mattoni (fondazioni, elevazione e copertura), la malta e
l'intonaco. Per stabilizzare al 10% tutta questa terra, dunque, servirebbe
più di mezzo metro cubo di cemento, il chè costerebbe solo
di materiale circa 1200 birr, ossia 120 euro.
L'intero cantiere, escluso il cemento, costa 2000 birr, dunque si tratterebbe
di un'incidenza superiore a un terzo, che non è economicamente
sostenibile.
Dunque si è deciso di produrre dei blocchetti di terra e paglia,
senza nessuno stabilizzante, e aggiungere il cemento solo nei giunti di
malta e nell'intonaco. Ciò dovrebbe essere in grado di garantire
comunque la resistenza all'acqua della struttura.
Per questo motivo nelle fondazioni e nella parete di fondo si utilizzeranno
blocchi molto grossi, circa equivalenti a quattro blocchi normali, in
modo tale da ridurre la quantità di malta necessaria.
Con questo sistema si utilizzeranno al massimo un paio di quintali di
cemento, dunque non più di 40 euro, e il costo inizia ad essere
vantagioso, tenendo conto della durabilità del manufatto.
La tecnica nubiana permette di coprire spazi di una discreta ampiezza
con una volta che non richiede centinatura, e funziona così: si
costruisce una spessa parete di fondo, alla quale si appoggiano i corsi
inclinati della volta. I corsi di mattoni sono tra loro paralleli, ed
inclinati di qualche grado rispetto alla verticale per potersi appoggiare
al muro. Ogni corso si appoggia sul precedente, dunque si fa a meno della
centinatura. Altra particolarità consiste nella forma della sezione:
non si tratta di una semicirconferenza, ma di una forma simile alla catenaria.
In questo modo ogni arco che compone la volta si mantiene vicino alla
curva delle pressioni principali della volta, cosicchè ogni blocco
di terra sia sottoposto a uno sforzo di compressione uniforme. Si è
qui utilizzato un arco a tre centri, figura molto simile alla catenaria
ma estremamente semplice da tracciare.

Volta nubiana
Il
cantiere allo stato attuale: sono terminate le fondazioni e si sta completando
l'elevazione,manca il muro di fondo e la volta, di cui si vede la dima
lignea.
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