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11. Considerazioni sul rapporto
tra teoria e prassi
Esistono celebri architetti che fanno il loro mestiere seduti davanti
al computer.
Alcuni si vantano di non essere mai andati in cantiere, altri perdono
ogni interesse al progetto nel momento in cui esso deve essere realizzato.
Per certi, addirittura, il cantiere è la morte dell'architettura,
perchè tutte quelle graziose linee tracciate a tavolino, quei volumi
puri e uniformi e quei lucidissimi render al computer vengono irrimediabilmente
rovinati dalle necessità pratiche.
Chi progetta in questo modo rimane mortalmente offeso dal fatto che sulle
sue opere vengano montati veri e propri obbrobri come ombrelloni, estintori,
prese per la corrente, caloriferi... non vorrebbero mai vedere un quadro,
un mobile estraneo al progetto, o qualunque cosa che possa ricordare che
in quella casa (o scuola, o ufficio, o chiesa...) ci vive qualcuno. Allora
bisognerebbe progettare solo cimiteri, ma nessuno si azzardi a portare
dei fiori i cui colori non sono approvati dall'architetto!
Ecco come vengono fuori quelle "architetture" che possiamo vedere
su tutte le riviste, quelle che se si sporcano un po', o se qualcuno ci
và a vivere dentro per davvero, diventano comiche, grottesche.
Ma queste sono illusioni, giochi di prestigio, al massimo le possiamo
chiamare sculture.
Ma l'architettura è un'altra cosa, Aldo Rossi diceva che è
una sorta di "scena fissa" su cui si muove il teatro della vita,
non è qualcosa di asettico o separato dalla realtà.
Io provo un certo piacere nel pensare che le mie povere architetture sono
nate in cantiere, scrivono sotto dettatura del materiale di cui sono fatte,
sono state pensate per delle persone che conosco per nome, di cui conosco
le necessità, i comportamenti, persino i movimenti.
La chiesa che sto facendo è concepita per delle persone che si
siedono in un certo modo, per delle celebrazioni che durano più
di due ore, durante le quali si balla in una determinata maniera e non
in un'altra.
L'altare non lo ho progettato, lo farà la gente, e per questo motivo
sarà l'altare più bello del mondo.
Forse mi sbaglio, e quella di cui parlo io è semplicemente "edilizia",
mentre l'architettura è quella delle riviste, come la moda non
è il vestito che ci si mette per andare al supermercato, ma quella
bizzarra strisciolina di pelle di criceto fuxia che vedo sulla spalla
di qualche modella a una sfilata di Armani. In questo caso, ammetto senza
rammarico che l'architettura proprio non mi interessa.

ARCH. LORENZO FONTANA
P.O. box 18, Shashemane
Est Shoa, Ethiopia
Tel.: 00251.46.110.27.34
Mobile: 00251.9111.99.735
E-mail: lor.fon@libero.it
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